L’arte di sentire Dio
“Sentire Dio è la cosa più semplice e al tempo stesso la più importante della vita. Posso sentirlo nella natura, nelle stelle, nell’amore, nella musica e nella letteratura, nella parola della Bibbia e in molti altri modi ancora. È un’arte dell’attenzione che occorre apprendere come l’arte di amare o di essere capaci nel lavoro” (C.M. Martini).
Ancora sul tema della vita e della malattia, credo offra numerosi spunti di discussione la testimonianza di Sylvie Menard, ricercatrice presso il Centro oncologico di Milano e per anni assistente del professor Umberto Veronesi. Tre anni fa la Menard si è ammalata di cancro. “E ho ricominciato a vivere”. Ecco una parte della trascrizione del suo intervento, andato in onda durante una trasmissione di Radio Rai 1.
Io credo che in un Paese civile – essendo la vita una cosa preziosissima – la prima cosa da difendere è la vita. Quando sento parlare della morte degna mi dà molto fastidio, perché la morte degna vuol dire che dall’altra parte si tenderebbe a dire che c’è una vita indegna. E per uno che chiede di morire perché ha delle difficoltà a continuare a vivere, ci sono decine di altri pazienti che hanno la stessa malattia e che, invece, con coraggio cercano di andar avanti. Noi stiamo dicendo a questa gente che la loro vita è indegna…
Il dibattito in corso nelle ultime settimane sul cosiddetto “fine vita” – con gli interrogativi riguardanti il testamento biologico, l’accanimento terapeutico e l’eutanasia – ha spesso fatto ricorso al principio dell’autodeterminazione. Con questa espressione si intende il dovere di rispettare la volontà della persona, che può lecitamente rifiutare un trattamento medico e non va sottoposta a una terapia in modo coercitivo.
“Voi ragazzi andate da qualche parte o soltanto dove capita?”
Jack Kerouac, On the road
Se ne avete l'opprtunità, andate a vedere questo film. Merita una bella discussione...
Sotto un titolo decisamente giornalistico, ma certo migliore del mio, ho trovato interessante l’articolo che segue, pubblicato sul Corriere della Sera di oggi. Non tanto per l’argomento (che non disdegno, come sanno i molti studenti con cui ho visto e discusso il film di fantascienza “Contact”) ma per l’apertura e la ragionevolezza dimostrata da questi astrofisici e teologi. Buona lettura.
Il Vaticano apre agli extraterrestri
«Si può credere in Dio e in E.T.»
Il teologo-astronomo Funes: anche loro potrebbero godere della misericordia del Padre
CITTÀ DEL VATICANO — «È possibile credere in Dio e negli extraterrestri. Si può ammettere l'esistenza di altri mondi e altre vite, anche più evolute della nostra, senza per questo mettere in discussione la fede nella creazione, nell'incarnazione e nella redenzione». Lo afferma il capo degli astronomi vaticani, il gesuita argentino José Gabriele Funes, 45 anni, doppia laurea in teologia e in astrofisica. Non c'è da sospettare che un qualche giornalista abbia forzato le sue parole, perché l'intervista è dell'Osservatore Romano. Né è la prima volta che Funes azzarda simili affermazioni. Nonostante tali convinzioni, egli è stato posto a capo della Specola vaticana da papa Ratzinger nel 2006. «Come esiste una molteplicità di creature sulla terra — ha detto ancora il padre Funes — così potrebbero esserci altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio. Questo non contrasta con la nostra fede, perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio». Obiezione vertiginosa: ma da chi sarebbero stati redenti questi alieni? Risposta fredda dell'astrofisico e teologo: «Non è detto che essi debbano aver bisogno della redenzione. Potrebbero essere rimasti nell'amicizia piena con il loro Creatore ».
Ma se questi extraterrestri fossero peccatori? Tranquilli: «Anche loro, in qualche modo, avrebbero la possibilità di godere della misericordia di Dio, così come è stato per noi uomini». Per Funes si può credere a «Dio creatore» e accettare l'ipotesi del big bang che è «la migliore spiegazione dell'origine dell'universo che abbiamo finora» e «non è in contraddizione con la fede: è ragionevole». Così egli combina la Bibbia e il telescopio: «Da astronomo io continuo a credere che Dio sia il creatore dell'universo e che noi non siamo il prodotto della casualità ma i figli di un padre buono, il quale ha per noi un progetto d'amore. La Bibbia fondamentalmente non è un libro di scienza» e dunque «non si può chiedere alla Bibbia una risposta scientifica ». Non è la prima volta — si capisce — che un uomo di Chiesa si avventura su questo terreno. Già il gesuita predecessore di Funes alla Specola, George Coyne, aveva definito come «temeraria e presuntuosa» in più occasioni «l'idea che non esistano altri esseri viventi al di fuori della Terra». Non c'è una posizione del magistero cattolico in questa materia avventurosa. L'inizio di un dibattito tra i teologi risale agli anni Cinquanta, quando molto si parlava di Ufo e si sognavano imminenti contatti con altre stirpi intelligenti.
Il padre Raimondo Spiazzi, domenicano, e il padre Gino Concetti, francescano, avevano già espresso idee somiglianti a quelle del padre Funes, per restare ad autori ospitati dall'Osservatore Romano. Possibilista in materia si era detto a suo tempo persino padre Pio, gran santo ma non certo teologo né cultore di astrofisica. A chi faceva obiezioni una volta ebbe a rispondere: «Vorresti che l'onnipotenza di Dio si limitasse al piccolo pianeta Terra?».
Luigi Accattoli
14 maggio 2008


I media ne hanno rilanciato una sola frase, spesso anche manipolandola, ma il discorso fatto ieri dal Papa nell’anniversario dell’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae merita di essere letto integralmente. Si mostra evidente infatti la tua teologia pastorale di papa ratzinger: il rapporto tra ragione e amore, l’urgenza educativa, la concezione integrale dell’uomo. Mi sembra si possano sottolineare soprattutto tre passaggi.
Il primo. L’amore fra un uomo e una donna non va impoverito nella divisione tra anima e corpo, né ridotto al solo sentimento, “spesso fugace e precario”, ma va inserito in una visione globale, in cui l’unità della persona è rispettata, così come la totalità del dono reciproco degli sposi “che nell'accoglienza reciproca offrono se stessi in una promessa di amore fedele ed esclusivo che scaturisce da una genuina scelta di libertà”. E allora, “come potrebbe un simile amore rimanere chiuso al dono della vita? La vita è sempre un dono inestimabile; ogni volta che si assiste al suo sorgere percepiamo la potenza dell'azione creatrice di Dio che si fida dell'uomo e in questo modo lo chiama a costruire il futuro con la forza della speranza”.
Il secondo. La parola chiave per entrare con coerenza nell’insegnamento evangelico, anche in questo campo, “rimane quella dell'amore”. Tutto si comprende in questa luce. Perché “l'uomo diventa realmente se stesso quando corpo e anima si ritrovano in intima unità… Tolta questa unità si perde il valore della persona e si cade nel grave pericolo di considerare il corpo come un oggetto che si può comperare o vendere”. Ed ecco la frase tanto citata: “Se l'esercizio della sessualità si trasforma in una droga che vuole assoggettare il partner ai propri desideri e interessi, senza rispettare i tempi della persona amata, allora ciò che si deve difendere non è più solo il vero concetto dell'amore, ma in primo luogo la dignità della persona stessa”.
Il terzo. È urgente riscoprire l’alleanza tra ragione e amore. Tra dono e responsabilità. Il frutto sarà “qualcosa di grande”, ossia “il sorgere della responsabilità per la vita, che rende fecondo il dono che ognuno fa di sé all'altro. È frutto di un amore che sa pensare e scegliere in piena libertà, senza lasciarsi condizionare oltre misura dall'eventuale sacrificio richiesto. Da qui scaturisce il miracolo della vita che i genitori sperimentano in se stessi, verificando come qualcosa di straordinario quanto si compie in loro e tramite loro. Nessuna tecnica meccanica può sostituire l'atto d'amore che due sposi si scambiano come segno di un mistero più grande che li vede protagonisti e compartecipi della creazione”.
Dunque, è a questo senso alto dell’amore, come libertà che si dona e accoglie responsabilmente, che deve puntare un’adeguata educazione alla sessualità. “Fornire false illusioni nell'ambito dell'amore o ingannare sulle genuine responsabilità che si è chiamati ad assumere con l'esercizio della propria sessualità non fa onore a una società che si richiama ai principi di libertà e di democrazia. La libertà deve coniugarsi con la verità e la responsabilità con la forza della dedizione all'altro anche con il sacrificio; senza queste componenti non cresce la comunità degli uomini e il rischio di rinchiudersi in un cerchio di egoismo asfissiante rimane sempre in agguato”.
Mercoledì 30 gennaio, grande risalto su tutti i giornali. Nelle scuole elementari britanniche sarà forse presto proibito usare l'espressione “mamma e papà” e diventerà obbligatorio utilizzare il più neutro “genitori”, in modo particolare nelle comunicazioni a casa. Come riportato dal popolare quotidiano Daily Mail, il ministro per la Scuola e l’infanzia Ed Balls farà propria la proposta lanciata dall'organizzazione per i diritti degli omosessuali “Stonewall”, mirante ad abituare i bambini britannici delle elementari all'idea che potrebbero esserci genitori dello stesso sesso. Naturalmente, proseguono gli organi di stampa, tra le espressioni che dovranno essere bandite dalle scuole inglesi ci sono anche: “comportati da uomo” e “siete un branco di donnicciole”.
Venerdì 1 febbraio, titoloni di apertura: “I padri non servono più”. Entro cinque anni la scienza potrebbe essere in grado di rendere superfluo il ruolo dei maschi nel processo riproduttivo. Le donne saranno in grado – se davvero lo vogliono – di avere figli per conto proprio. La rivoluzionaria tecnica, allo studio presso l’università di Newcastle, ancora in Gran Bretagna, prevede di trasformare le cellule estratte dal midollo spinale in spermatozoi, che verrebbero quindi usati per fecondare gli ovuli. Una sorta di auto-fecondazione. C’è però un inconveniente: anche ammesso che sia realmente fattibile, con questa tecnica potrebbero nascere solo bambine, in quanto allo “sperma femminile” mancherebbe il cromosoma Y.
Sono due notizie di questo 2008 ancora agli inizi. Meritano un po’ di attenzione. In nome della lotta alla infertilità – che però non viene curata, né si individuano le cause – e ancor più alla discriminazione sessuale, sempre deplorevole, si avanzano molte proposte. Ma “avere una mamma e un papà è diritto di ogni bambino”, riconosce la conduttrice del Tg3 Bianca Berlinguer, certo non di area cattolica. “Nella vita, per mille situazioni, non sempre è possibile – continua la giornalista – ma deciderlo consapevolmente dall’inizio è sbagliato. Un bimbo per me nasce comunque da un incontro tra una donna e un uomo”.
Potrà sembrare un interrogativo marginale, ma credo non sia proprio così. Lo dimostra il dibattito teologico, antichissimo, e il sentimento diffuso, molto profondo e da non trascurare. Qui un bell’esempio di entrambi.
Ho atteso un po’ prima di intervenire sulle note polemiche di questi giorni che hanno coinvolto Benedetto XVI e l’Università “Ora un articolo di Dario Fo, pubblicato su “Il Messaggero” di oggi, mi spinge a prendere in mano la penna. S’intitola: “Persa un’occasione per capire Benedetto XVI”. Giusto. E inizia con una citazione dal discorso mai pronunciato del Papa: “la fede non va imposta in modo autoritario, può essere solo donata in libertà”. Più che giusto. Dopodiché esplode la meraviglia e la sorpresa dell’attore per affermazioni da lui definite “sconvolgenti”, ma in realtà tutt’altro che nuove in bocca a un Papa, sull’autonomia della scienza e il cammino della ragione. Nessun oltranzismo nelle parole di Ratzinger, commenta Fo. Men che meno oscurantismo. Egli “non vuole imporre, ma consiglia. Auspica, non ordina. Aiuta, non costringe. Alla fine, ci vorrebbe tutti uniti e con un unico, augurabile obiettivo comune: la famosa verità”.
La meraviglia, a questo punto, è la mia. Lasciando da parte chi ha fini strumentali ed è in cattiva fede – e ce ne sono, l’abbiamo visto – come si può ignorare che Benedetto XVI, come il suo predecessore, ha un grandissimo rispetto per l’uomo e la sua libertà? Che è una persona dolce, altro che intollerante. Come è possibile che persistano tanti e tali pregiudizi sulla presunta inimicizia tra fede e scienza, e sul ruolo della religione nella nostra società? Cosa può restituire alla verità, depurandole da eccessi e autentiche menzogne, le immagini distorte diffuse sulla storia della Chiesa, su Galileo e sullo stesso Papa tedesco?
Certo, anche una volta che avremo abbandonato i paraocchi o saranno caduti i veli della maldestra informazione, non tutto l’insegnamento cristiano troverà aperto consenso e adesione globale. Nessuno si illude. Ma è ben diverso continuare a gettarsi violentemente in faccia slogan e offensive caricature, credendo di saper già tutto, piuttosto che approfondire le ragioni, non fermarsi alle semplificazioni (comprese quelle dei giornali), far credito all’altro di essere migliore di come me l’hanno descritto. Di qua e di là.