martedì, 14 ottobre 2008

“No, non siamo immortali”

malatoAncora sul tema della vita e della malattia, credo offra numerosi spunti di discussione la testimonianza di Sylvie Menard, ricercatrice presso il Centro oncologico di Milano e per anni assistente del professor Umberto Veronesi. Tre anni fa la Menard si è ammalata di cancro. “E ho ricominciato a vivere”. Ecco una parte della trascrizione del suo intervento, andato in onda durante una trasmissione di Radio Rai 1.
 
“Come allieva di Veronesi ho sempre pensato: testamento biologico e eutanasia sono dei diritti. Io, come francese, sono per la libertà in assoluto perché sono dei diritti: magari io non ne avrò bisogno, però mi sembra giusto che ogni persona possa decidere della sua fine. Poi tre anni fa mi sono ammalata di cancro anch’io e questo trauma - che è un trauma terribile, perché obbliga a pensare alla morte, non alla morte come l’avevo sempre pensata, la morte degli altri, ma obbliga a pensare alla propria morte - e questo percorso di considerare la morte come un evento assolutamente naturale, obbligatorio, non c’è morte se non c’è vita, mi ha permesso, se vogliamo, di rinascere, di ricominciare a vivere, di ritornare protagonista della mia vita e di lasciare un po’ la malattia da parte.
Facendo questo procedimento, mi sono accorta che su testamento biologico ed eutanasia avevo completamente cambiato parere. Il testamento biologico e, soprattutto, l’eutanasia, se c’è in questo Paese c’è perché lo hanno chiesto i sani. Invece di fare la terapia del dolore, costa di meno dire allora a questo punto c’è l’eutanasia, se tu proprio questo non lo sopporti più, ti do una via d’uscita. La depressione è la stessa cosa. Io ho sperimentato cosa vuol dire depressione: si perde la voglia di vivere, allora è chiaro che il paziente depresso a questo punto chiede di morire.
0841fc38Io credo che in un Paese civile – essendo la vita una cosa preziosissima – la prima cosa da difendere è la vita. Quando sento parlare della morte degna mi dà molto fastidio, perché la morte degna vuol dire che dall’altra parte si tenderebbe a dire che c’è una vita indegna. E per uno che chiede di morire perché ha delle difficoltà a continuare a vivere, ci sono decine di altri pazienti che hanno la stessa malattia e che, invece, con coraggio cercano di andar avanti. Noi stiamo dicendo a questa gente che la loro vita è indegna…
Io fino al tumore ero una persona immortale. Come tutti i sani noi ci sentiamo immortali fino a quando non ci succede qualcosa che ci dice che immortale tu non sei, allora cambiano completamente gli aspetti. È per questo che credo che il testamento biologico non serva a niente, perché nessuno da sano può sapere come reagirebbe in caso di una malattia grave”.
 
Per approfondire si può leggere qui un articolo tratto da Famiglia Cristiana: “Una legge serve. Ma giusta”.
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categoria: vita, interrogativi, attualitĂ , eutanasia


giovedì, 09 ottobre 2008

Di me posso fare qualsiasi cosa?

2bbd51e8aIl dibattito in corso nelle ultime settimane sul cosiddetto “fine vita” – con gli interrogativi riguardanti il testamento biologico, l’accanimento terapeutico e l’eutanasia – ha spesso fatto ricorso al principio dell’autodeterminazione. Con questa espressione si intende il dovere di rispettare la volontà della persona, che può lecitamente rifiutare un trattamento medico e non va sottoposta a una terapia in modo coercitivo.
Il problema, in questo caso, sorge quando tale libertà e “autonomia” della persona tende a diventare assoluta, tale cioè da non essere incrociata con altri principi ugualmente determinanti. Quale, ad esempio, il bene stesso dell’individuo.
In altri termini: qualsiasi azione una persona commetta su di sé e sul proprio corpo è sempre buona e moralmente accettabile? Il diritto di un malato di sottrarsi a una terapia, riconosciuto anche dalla Costituzione, equivale all’approvazione del suicidio o dell’eutanasia? Credo che ci sia un considerevole spazio in mezzo…
E che non basti la piena lucidità e autonomia per rendere un’azione legittima. Se così fosse, la legge dovrebbe rendere lecite pratiche quali il commercio dei propri organi a fine di lucro, l’automutilazione, perfino la vendita della propria libertà a qualcuno, consegnandosi volontariamente come schiavo. Sono esempi assurdi? Non proprio, visto che, in piena coerenza, c’è chi li teorizza.
La materia è certo complessa. Motivo in più, mi sembra, per essere estremamente cauti e non rinunciare a nessuna precauzione, etica e giuridica, quando è in gioco la vita e la dignità di un essere umano.
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categoria: vita, interrogativi, attualitĂ , eutanasia, scienza e fede


venerdì, 09 novembre 2007

La felicità dell’infelice

eutanasia3“In Svizzera l'eutanasia si fa in automobile. Negati alberghi e case in affitto al gruppo che organizza i «suicidi assistiti». Ripiego in un parcheggio”.

“Zapatero fa dietrofront: l'eutanasia non è più un diritto. Nel programma del Partito socialista per le prossime elezioni legislative non ci sarà la depenalizzazione dell’eutanasia”.

Sono due titoli comparsi nei giornali di ieri e di oggi. Qui e qui. Ho subito pensato, per averlo letto di recente in questo bel libro, a ciò che scrisse nel 1956, pochi mesi prima di morire, il poeta Giovanni Papini sul Corriere della Sera, in un articolo intitolato La felicità dell’infelice: “Mi stupiscono, talvolta, coloro che si stupiscono della mia calma nello stato miserando al quale mi ha ridotto la malattia. Ho perduto l’uso delle gambe, delle braccia, delle mani e sono divenuto quasi cieco e quasi muto. Non posso dunque né camminare né stringere la mano di un amico né scrivere neppure il mio nome; non posso più leggere e mi riesce quasi impossibile conversare e dettare. Ma non bisogna tenere in piccol conto quello che mi è rimasto ed è molto ed è il meglio. Ho salvato, sia pure a prezzo di quotidiane guerre, la fede, l’intelligenza, la memoria, l’immaginazione, la fantasia, la passione di meditare e di ragionare e quella luce interiore che si chiama intuizione o ispirazione. Ho salvato anche l’affetto dei familiari, l’amicizia degli amici, la facoltà di amare”.

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categoria: vita, interrogativi, attualitĂ , eutanasia


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Spesso, nel mio dormiveglia, turbinano pensieri e piccoli racconti, vuoti e trasparenti come bolle di sapone, vorrei poterli catturare su un pezzo di carta… (Etty Hillesum, 11 agosto 1943)


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