Ancora sul tema della vita e della malattia, credo offra numerosi spunti di discussione la testimonianza di Sylvie Menard, ricercatrice presso il Centro oncologico di Milano e per anni assistente del professor Umberto Veronesi. Tre anni fa la Menard si è ammalata di cancro. “E ho ricominciato a vivere”. Ecco una parte della trascrizione del suo intervento, andato in onda durante una trasmissione di Radio Rai 1.
Io credo che in un Paese civile – essendo la vita una cosa preziosissima – la prima cosa da difendere è la vita. Quando sento parlare della morte degna mi dà molto fastidio, perché la morte degna vuol dire che dall’altra parte si tenderebbe a dire che c’è una vita indegna. E per uno che chiede di morire perché ha delle difficoltà a continuare a vivere, ci sono decine di altri pazienti che hanno la stessa malattia e che, invece, con coraggio cercano di andar avanti. Noi stiamo dicendo a questa gente che la loro vita è indegna…
Il dibattito in corso nelle ultime settimane sul cosiddetto “fine vita” – con gli interrogativi riguardanti il testamento biologico, l’accanimento terapeutico e l’eutanasia – ha spesso fatto ricorso al principio dell’autodeterminazione. Con questa espressione si intende il dovere di rispettare la volontà della persona, che può lecitamente rifiutare un trattamento medico e non va sottoposta a una terapia in modo coercitivo.
“In Svizzera l'eutanasia si fa in automobile. Negati alberghi e case in affitto al gruppo che organizza i «suicidi assistiti». Ripiego in un parcheggio”.
“Zapatero fa dietrofront: l'eutanasia non è più un diritto. Nel programma del Partito socialista per le prossime elezioni legislative non ci sarà la depenalizzazione dell’eutanasia”.
Sono due titoli comparsi nei giornali di ieri e di oggi. Qui e qui. Ho subito pensato, per averlo letto di recente in questo bel libro, a ciò che scrisse nel 1956, pochi mesi prima di morire, il poeta Giovanni Papini sul Corriere della Sera, in un articolo intitolato La felicità dell’infelice: “Mi stupiscono, talvolta, coloro che si stupiscono della mia calma nello stato miserando al quale mi ha ridotto la malattia. Ho perduto l’uso delle gambe, delle braccia, delle mani e sono divenuto quasi cieco e quasi muto. Non posso dunque né camminare né stringere la mano di un amico né scrivere neppure il mio nome; non posso più leggere e mi riesce quasi impossibile conversare e dettare. Ma non bisogna tenere in piccol conto quello che mi è rimasto ed è molto ed è il meglio. Ho salvato, sia pure a prezzo di quotidiane guerre, la fede, l’intelligenza, la memoria, l’immaginazione, la fantasia, la passione di meditare e di ragionare e quella luce interiore che si chiama intuizione o ispirazione. Ho salvato anche l’affetto dei familiari, l’amicizia degli amici, la facoltà di amare”.