“In realtà, basta amare”.

I media ne hanno rilanciato una sola frase, spesso anche manipolandola, ma il discorso fatto ieri dal Papa nell’anniversario dell’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae merita di essere letto integralmente. Si mostra evidente infatti la tua teologia pastorale di papa ratzinger: il rapporto tra ragione e amore, l’urgenza educativa, la concezione integrale dell’uomo. Mi sembra si possano sottolineare soprattutto tre passaggi.
Il primo. L’amore fra un uomo e una donna non va impoverito nella divisione tra anima e corpo, né ridotto al solo sentimento, “spesso fugace e precario”, ma va inserito in una visione globale, in cui l’unità della persona è rispettata, così come la totalità del dono reciproco degli sposi “che nell'accoglienza reciproca offrono se stessi in una promessa di amore fedele ed esclusivo che scaturisce da una genuina scelta di libertà”. E allora, “come potrebbe un simile amore rimanere chiuso al dono della vita? La vita è sempre un dono inestimabile; ogni volta che si assiste al suo sorgere percepiamo la potenza dell'azione creatrice di Dio che si fida dell'uomo e in questo modo lo chiama a costruire il futuro con la forza della speranza”.
Il secondo. La parola chiave per entrare con coerenza nell’insegnamento evangelico, anche in questo campo, “rimane quella dell'amore”. Tutto si comprende in questa luce. Perché “l'uomo diventa realmente se stesso quando corpo e anima si ritrovano in intima unità… Tolta questa unità si perde il valore della persona e si cade nel grave pericolo di considerare il corpo come un oggetto che si può comperare o vendere”. Ed ecco la frase tanto citata: “Se l'esercizio della sessualità si trasforma in una droga che vuole assoggettare il partner ai propri desideri e interessi, senza rispettare i tempi della persona amata, allora ciò che si deve difendere non è più solo il vero concetto dell'amore, ma in primo luogo la dignità della persona stessa”.
Il terzo. È urgente riscoprire l’alleanza tra ragione e amore. Tra dono e responsabilità. Il frutto sarà “qualcosa di grande”, ossia “il sorgere della responsabilità per la vita, che rende fecondo il dono che ognuno fa di sé all'altro. È frutto di un amore che sa pensare e scegliere in piena libertà, senza lasciarsi condizionare oltre misura dall'eventuale sacrificio richiesto. Da qui scaturisce il miracolo della vita che i genitori sperimentano in se stessi, verificando come qualcosa di straordinario quanto si compie in loro e tramite loro. Nessuna tecnica meccanica può sostituire l'atto d'amore che due sposi si scambiano come segno di un mistero più grande che li vede protagonisti e compartecipi della creazione”.
Dunque, è a questo senso alto dell’amore, come libertà che si dona e accoglie responsabilmente, che deve puntare un’adeguata educazione alla sessualità. “Fornire false illusioni nell'ambito dell'amore o ingannare sulle genuine responsabilità che si è chiamati ad assumere con l'esercizio della propria sessualità non fa onore a una società che si richiama ai principi di libertà e di democrazia. La libertà deve coniugarsi con la verità e la responsabilità con la forza della dedizione all'altro anche con il sacrificio; senza queste componenti non cresce la comunità degli uomini e il rischio di rinchiudersi in un cerchio di egoismo asfissiante rimane sempre in agguato”.
«O Dio dell'amore, della compassione e della riconciliazione, rivolgi il Tuo sguardo su di noi, popolo di molte fedi e tradizioni diverse, che siamo riuniti oggi in questo luogo, scenario di incredibile violenza e dolore.
Ti chiediamo nella Tua bontà di concedere luce e pace eterna a tutti coloro che sono morti in questo luogo - i primi eroici soccorritori: i nostri vigili del fuoco, agenti di polizia, addetti ai servizi di emergenza e personale della Capitaneria di Porto, insieme a tutti gli uomini e le donne innocenti, vittime di questa tragedia solo perché il loro lavoro e il loro servizio li ha portati qui l'11 settembre 2001.
Ti chiediamo, nella Tua compassione di portare la guarigione a coloro i quali, a causa della loro presenza qui in quel giorno, soffrono per le lesioni e la malattia. Guarisci anche la sofferenza delle famiglie ancora in lutto e di quanti hanno perso persone care in questa tragedia. Concedi loro la forza di continuare a vivere con coraggio e speranza.
Ricordiamo anche coloro che hanno trovato la morte, i feriti e quanti hanno perso i loro cari in quello stesso giorno al Pentagono e a Shanksville, in Pennsylvania. I nostri cuori si uniscono ai loro mentre la nostra preghiera abbraccia il loro dolore e la loro sofferenza.
Dio della pace, porta
Dio della comprensione, sopraffatti dalla dimensione immane di questa tragedia, cerchiamo
Confortaci e consolaci, rafforzaci nella speranza e concedici la saggezza e il coraggio di lavorare instancabilmente per un mondo in cui pace e amore autentici regnino tra le Nazioni e nei cuori di tutti».
Ho trovato molto interessante il discorso fatto nei giorni scorsi da Benedetto XVI ad un congresso promosso dal Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II”. I giornali l’hanno riassunto come segue. Ratzinger: aborto e divorzio colpe gravi, ma le persone vanno aiutate a riprendersi. Il Papa invita la Chiesa ad “accostarsi con attenzione materna e delicatezza a chi ne porta le ferite interiori”. Ecco un piccolo estratto del suo discorso.
Continua a far discutere la conversione del giornalista Magdi Allam al cristianesimo, resa pubblica la notte di Pasqua con il battesimo ricevuto dalle mani dello stesso Benedetto XVI. Che si dice a scuola?
Credo valga la pena leggere il testo integrale della lettera al Corriere della Sera, pubblicata solo in parte all’indomani del rito in San Pietro. La si può trovare qui, insieme a una sintesi delle principali reazioni e ad alcune interessanti riflessioni. Magister è sempre acuto e ha un’ottima memoria.
Ugualmente, vale la pena fermarsi su queste considerazioni, in cui mi ritrovo per contenuto e stile. Molto bella è la citazione che Tornielli fa delle parole di Giovanni Paolo II (24 gennaio 2003) riferite alla responsabilità dei mass media in questi casi: “Mettere l’uno contro l’altro in nome della religione è un errore particolarmente grave contro la verità e la giustizia, come lo è un atteggiamento discriminatorio nei confronti delle diverse convinzioni religiose, poiché esse appartengono alla sfera più profonda della dignità e della libertà della persona umana”.
Quando, alcuni mesi fa, Benedetto XVI ha liberalizzato l’uso del Messale latino riformato da Giovanni XXIII (1962), ci fu chi gridò allo scandalo, perché in quel testo si pregava “per la conversione degli ebrei”. Nei giorni scorsi, è stata diffusa una nuova formula, che si potrebbe tradurre così: “Preghiamo per gli Ebrei: affinché Dio, Nostro Signore, illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini. Dio onnipotente ed eterno che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, concedi propizio che, entrando la pienezza delle genti nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo”.
È così scandaloso che un cristiano auspichi che tutti conoscano la verità di Dio e si salvino? Eppure c’è chi ha gridato all’antisemitismo e ha chiesto l’interruzione del dialogo fra le due religioni. Non così il rabbino David Rosen, presidente del Comitato ebraico internazionale per il dialogo interreligioso, così come un’assemblea di quattrocento rabbini americani, che valuta come “estrema e molto dannosa” la reazione di alcuni. Fino a Giorgio Israel, che pochi giorni fa scriveva su un quotidiano: “Se è sconsiderato interrompere il dialogo, collocare
Ho atteso un po’ prima di intervenire sulle note polemiche di questi giorni che hanno coinvolto Benedetto XVI e l’Università “Ora un articolo di Dario Fo, pubblicato su “Il Messaggero” di oggi, mi spinge a prendere in mano la penna. S’intitola: “Persa un’occasione per capire Benedetto XVI”. Giusto. E inizia con una citazione dal discorso mai pronunciato del Papa: “la fede non va imposta in modo autoritario, può essere solo donata in libertà”. Più che giusto. Dopodiché esplode la meraviglia e la sorpresa dell’attore per affermazioni da lui definite “sconvolgenti”, ma in realtà tutt’altro che nuove in bocca a un Papa, sull’autonomia della scienza e il cammino della ragione. Nessun oltranzismo nelle parole di Ratzinger, commenta Fo. Men che meno oscurantismo. Egli “non vuole imporre, ma consiglia. Auspica, non ordina. Aiuta, non costringe. Alla fine, ci vorrebbe tutti uniti e con un unico, augurabile obiettivo comune: la famosa verità”.
La meraviglia, a questo punto, è la mia. Lasciando da parte chi ha fini strumentali ed è in cattiva fede – e ce ne sono, l’abbiamo visto – come si può ignorare che Benedetto XVI, come il suo predecessore, ha un grandissimo rispetto per l’uomo e la sua libertà? Che è una persona dolce, altro che intollerante. Come è possibile che persistano tanti e tali pregiudizi sulla presunta inimicizia tra fede e scienza, e sul ruolo della religione nella nostra società? Cosa può restituire alla verità, depurandole da eccessi e autentiche menzogne, le immagini distorte diffuse sulla storia della Chiesa, su Galileo e sullo stesso Papa tedesco?
Certo, anche una volta che avremo abbandonato i paraocchi o saranno caduti i veli della maldestra informazione, non tutto l’insegnamento cristiano troverà aperto consenso e adesione globale. Nessuno si illude. Ma è ben diverso continuare a gettarsi violentemente in faccia slogan e offensive caricature, credendo di saper già tutto, piuttosto che approfondire le ragioni, non fermarsi alle semplificazioni (comprese quelle dei giornali), far credito all’altro di essere migliore di come me l’hanno descritto. Di qua e di là.
Sono solo le ultime parole dell’omelia di ieri di Benedetto XVI, ma sono le più citate nelle cronache di oggi. In molti resoconti, le uniche. Il mio pensiero è volato subito al 7 luglio 2001, a Genova. “Anche oggi – ha affermato il Papa nella festa dell’Epifania – resta in molti sensi vero quanto diceva il profeta: ‘nebbia fitta avvolge le nazioni’ e la nostra storia. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale. C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti”.
Nella recente enciclica di Benedetto XVI “Spe salvi”, Nella speranza siamo stati salvati, ci sono alcuni passaggi particolarmente stimolanti. I paragrafi sulla vita eterna e l’aldilà sono fra questi. È difficilissimo parlarne: i cristiani “non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell'insieme che la loro vita non finisce nel vuoto”.