Non sono domande del tutto oziose, se è vero che quella del Nazareno è l’immagine più rappresentata nella storia dell’arte. E che i salmi, continuamente, danno voce al desiderio insito nel cuore dell’uomo da sempre: “Il tuo volto, Signore, io cerco”.
Se ne parlo qui, però, è anche per fare chiarezza. I quattro vangeli non dicono nulla sull’aspetto fisico di Gesù, a differenza di un testo apocrifo, attribuito a un funzionario romano contemporaneo di Gesù, che parla di lui come “un uomo dalla statura alta... I suoi capelli hanno i colori delle noci di Sorrento… Ha barba abbondante, dello stesso colore dei capelli: non è lunga e sul mento è biforcuta”. Difficile però che sia veramente attribuibile a un testimone oculare.
Le raffigurazioni del Salvatore, per secoli, hanno privilegiato il simbolo piuttosto che il realismo. E l’immagine del sofferente inchiodato al patibolo ha tardato a imporsi. Una drammaticità esasperata poi dalla Riforma protestante e giunta fino a noi come categoria sintetica dell’uomo moderno. Basti pensare a Gauguin, che ritrae se stesso nel Cristo tra gli ulivi. O alle celebri parole di Picasso: “Non c’è tema più bello di una crocifissione, tant’è vero che è stato affrontato per più di mille anni milioni di volte”.
Per tornare al volto, a rendere legittimo l’interrogativo del titolo è anche il fatto che fino al IV secolo Gesù è dipinto sempre come un giovane senza barba. La svolta arriva improvvisa e si impone con grande rapidità e autorevolezza. Cos’era successo? Era comparso in Oriente uno strano lenzuolo, che si diceva non dipinto da mani d’uomo. È la prima menzione storica della Sindone, dicono gli studiosi del sacro lino. Gli stessi che, proprio in questi giorni, hanno rimesso all’ordine del giorno il mistero di questo reperto unico (tra gli altri, vedi qui). In giorni di grande dibattito sul rapporto tra scienza e fede, “il giallo si riapre”. Una storia, scrive il giornalista, al cui confronto il "Codice da Vinci" è una favoletta per bambini.