Il dibattito in corso nelle ultime settimane sul cosiddetto “fine vita” – con gli interrogativi riguardanti il testamento biologico, l’accanimento terapeutico e l’eutanasia – ha spesso fatto ricorso al principio dell’autodeterminazione. Con questa espressione si intende il dovere di rispettare la volontà della persona, che può lecitamente rifiutare un trattamento medico e non va sottoposta a una terapia in modo coercitivo.
Il problema, in questo caso, sorge quando tale libertà e “autonomia” della persona tende a diventare assoluta, tale cioè da non essere incrociata con altri principi ugualmente determinanti. Quale, ad esempio, il bene stesso dell’individuo.
In altri termini: qualsiasi azione una persona commetta su di sé e sul proprio corpo è sempre buona e moralmente accettabile? Il diritto di un malato di sottrarsi a una terapia, riconosciuto anche dalla Costituzione, equivale all’approvazione del suicidio o dell’eutanasia? Credo che ci sia un considerevole spazio in mezzo…
E che non basti la piena lucidità e autonomia per rendere un’azione legittima. Se così fosse, la legge dovrebbe rendere lecite pratiche quali il commercio dei propri organi a fine di lucro, l’automutilazione, perfino la vendita della propria libertà a qualcuno, consegnandosi volontariamente come schiavo. Sono esempi assurdi? Non proprio, visto che, in piena coerenza, c’è chi li teorizza.
La materia è certo complessa. Motivo in più, mi sembra, per essere estremamente cauti e non rinunciare a nessuna precauzione, etica e giuridica, quando è in gioco la vita e la dignità di un essere umano.