Nelle conversazioni intorno alla fede e a chi non la possiede propongo una distinzione tra ateo e non credente. L’ateo ha risolto la faccenda una volta e poi basta. Esclude la divinità e non ha stima di chi la riconosce. Per l’ateo la persona di fede è un sano che ricorre a una protesi, uno che inganna se stesso. L’ateo non ha un sentimento di superiorità, ma attribuisce a chi ha fede una volontaria condizione di inferiorità. Il suo piano è per forza sopraelevato rispetto a quello di chi si abbassa e si umilia di fronte alla divinità. Il non credente è uno che invece obbedisce al participio presente del verbo: tutti i giorni si misura con la domanda e si risponde no, neanche per oggi credo.
L’ateo e il talebano sono affini, hanno escluso l’alternativa, sono in arrocco, fermi nell’angolo della scacchiera. Il credente e il ”non”, invece, battono ogni giorno la pista della domanda, frugano la scacchiera palmo a palmo insieme, senza ostilità.
La mia impressione è che la differenza principale in materia di fede non passa tra chi la detiene e chi no, ma tra chi dubita e rinnova la sua difficile domanda e chi ha smesso di porsela.
Erri De Luca
