Più che la professione di fede di Lucio Dalla (qui l’articolo del Corriere on line), in questo immediato dopo Natale mi colpisce la statistica pubblicata sui giornali inglesi. “Nel Regno Unito il Natale profano ha battuto quest'anno alla grande quello sacro, grazie allo shopping su Internet: i navigatori della Rete a caccia di saldi hanno superato il giorno di Natale in modo spettacolare i fedeli andati a messa. I numeri la dicono lunga: 3,5 milioni di britannici hanno passato una parte del giorno di Natale davanti al computer per comprare a prezzi scontati un po' di tutto, dai gadget elettronici ai sofà, mentre le messe natalizie hanno attirato nelle chiese anglicane appena 2,7 milioni di persone”.
A parte il fatto che nell’isola di Sua Maestà non ci sono solo gli anglicani (i cattolici sono altrettanti e anche qualcosa in più); che si può tranquillamente fare l’una e l’altra cosa (andare a Messa e passare qualche ora sul web); che l’orgia consumistica ormai si scatena in ogni periodo dell’anno… mi è venuto in mente il brano che sono solito proporre al rientro dalle vacanze. È una lettera a una rivista cattolica scritta tempo fa da un anonimo giovane lombardo:
“Il mio problema è che dopo aver partecipato alle feste, mi resta un senso di vuoto che ancora non riesco a spiegarmi. Vorrei un consiglio in proposito. Ho tutto ciò che voglio, ho una bella casa, due fratelli di cui sono abbastanza soddisfatto, una madre meravigliosa, ho tanti amici e amiche, un lavoro, ho creato attorno a me un ambiente sereno con tanta gente che mi vuole bene e mi stima moltissimo. E allora, meglio di così cosa si può pretendere dalla vita? Una persona che leggesse questo mio stato di vita direbbe che sono sicuramente un ragazzo felice e spensierato, ma non è così. Perché dentro di me ci deve essere questo senso di vuoto, se dalla mia vita posso avere tutto? (quasi, ma tutto l’indispensabile). Non ditemi che il divertimento si può raggiungere con l’aiuto di Dio!”.
Anche questa volta, attingo da qui un’interessante provocazione. Dove si mette in luce non solo la necessità del recupero del significato religioso del Natale, ma anche la difficoltà di quanti proprio non sopporterebbero un altro Natale di plastica.A Natale ci sono messe di mezzanotte in cui preti assonnati cercano di convincere o ricattare fedeli una tantum. Prima di Natale, ci sono domeniche di Avvento in cui sacerdoti poco intraprendenti disperano di poter vedere le proprie chiese affollate come le vie dello shopping natalizio. Anche questo Natale, pure questo, come tanti altri. Anche questo, svenduto alla insopportabile retorica dei buoni sentimenti, con una nascita trasformata in festa “tarocca”, finta, una vera e propria festa di compleanno senza il festeggiato.
Per molti di coloro che non rientrano nel clichè della famigliola felice - quella che si ritrova sotto l’albero a scartare regali mentre in sottofondo va in onda il rassicurante motivetto di turno - per molti di coloro che hanno subito davvero un trauma, un abbandono, una morte, un lutto, una sofferenza, questo Natale dei nostri giorni, nei modi nei quali appare, è vissuto come una sconfitta ulteriore, come un giorno da fuggire, noioso, triste, senza senso. Da evitare, da fuggire, da sopportare sperando che passi il prima possibile. Non è facile convivere con la retorica di questo modo così diffuso di fare Natale se si vive di solitudini o si è vista la propria fragile affettività crollare al suolo. Se gli eventi hanno scavato nell’animo, aperto ferite, provocato sofferenze grandi talvolta come vere e proprie voragini.
Si, certo: spesso si appare moralisti quando si dà addosso al Natale vissuto solo come feste, regali, cenoni, divertimento, armonia, buoni sentimenti. Il solito discorso un po’ bacchettone che contrappone le meritate feste natalizie, con tanto di tredicesima, al Natale incentrato su un Dio che si fa uomo e nasce non nei sontuosi palazzi dei grandi ricconi, ma nella povertà più umile, attorniato poi solamente da semplici pastori. Sarà pure moralista, ma forse non si allontana molto da una esigenza reale e concreta se può fare in modo di sottolineare anche la necessità di un po’ di continenza, di senso della misura, di ribellione interiore davanti a un Natale diventato così vuoto e monotono da apparire quasi una presa in giro.
Nella recente enciclica di Benedetto XVI “Spe salvi”, Nella speranza siamo stati salvati, ci sono alcuni passaggi particolarmente stimolanti. I paragrafi sulla vita eterna e l’aldilà sono fra questi. È difficilissimo parlarne: i cristiani “non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell'insieme che la loro vita non finisce nel vuoto”.